L’ Anfiteatro Campano | Una vera meraviglia italiana

Gli anfiteatri rappresentano una delle testimonianze più forti della storia politica, sociale ed economica di un popolo. Quando li osserviamo nella loro magnificenza e monumentalità ci abbandoniamo all’immaginazione e facciamo rivivere nella nostra mente tutto ciò che poteva accadere tra gli spalti e l’arena.

Vediamo i gladiatori che rendono onore all’imperatore prima di andare allo scontro; fantastichiamo sui feroci e cruenti combattimenti accompagnati dalle grida del pubblico che incoraggiava alla lotta; immaginiamo il grande andirivieni di servi e del personale di servizio che si spostavano tra gallerie e sotterranei. Insomma, questi spettacoli mettevano in moto una macchina organizzativa con esigenze tali che solo le maestose strutture di un anfiteatro potevano soddisfare.

In tutta Italia si contano più di cento edifici di questo tipo, più o meno ben conservati. Alcuni di essi offrono ancora una suggestiva scenografia a eleganti manifestazioni culturali, come quello di Santa Maria Capua Vetere o Capua antica, la città dello schiavo Spartaco e dei famosi Ozi.
È un luogo che rappresenta un ricco giacimento di tesori storici e archeologici; non a caso fu definita da Cicerone come altera Roma e in effetti è stato realmente uno dei centri più importanti della storia della nostra penisola. Secondo solo al Colosseo, per grandezza, l’ Anfiteatro di Capua o Anfiteatro Campano ha ospitato incredibili combattimenti gladiatori.

Probabilmente, la sua architettura richiama quella del “fratello maggiore”, con quattro ordini di spalti accessibili grazie a un organizzato sistema di scale e gallerie. Le numerose arcate che scandiscono la facciata erano decorate con statue di marmo e rilievi rappresentanti divinità. È emozionante osservare, tra i pochi ancora presenti, il volto di Diana raffigurato sul versante orientale dell’anfiteatro. La dea dei boschi e della caccia sembra guardare il monte Tifata con il bosco a lei consacrato più di 2.000 anni fa, dimora del suo Tempio e della cerva che allattò il piccolo Capys, eroe fondatore dell’antica Capua. I sotterranei mostrano un sistema di stanze e corridoi, accessibili ai visitatori, insieme alle botole che si aprivano e chiudevano all’occorrenza per creare grandiosi “effetti speciali” durante gli spettacoli.

A poche decine di metri sono ancora visibili i resti dell’anfiteatro repubblicano (II-I secolo a.C.) dove combatté Spartaco, solo in parte portato alla luce. Probabilmente divenne troppo piccolo, col tempo, per contenere il numero sempre crescente di spettatori e fu quindi sostituito dal monumentale edificio imperiale. Non è un caso, dunque, che Capua vide la nascita di una vera e propria scuola gladiatoria, importante come quelle di Roma e Pompei.

All’interno dell’area archeologica è presente anche un moderno Museo dei Gladiatori dove sono conservati numerosi reperti e componenti di armature e armi, sia autentiche che riproduzioni. Un originale diorama, invece, rievoca una scena di combattimento con figure di gladiatori rappresentati in un contesto sonoro e a dimensioni quasi reali.
Questo sito così ricco e affascinante, inserito nel circuito di visita che comprende il Museo Archeologico dell’Antica Capua e il vicino Mitreo, è testimone di una terra che custodisce piccoli tesori e, allo stesso tempo, grandi storie che spesso sfuggono ai nostri occhi.

Curiosità sull’ Anfiteatro Campano

Conquistati da tutta questa magnificenza è facile che sfugga all’attenzione “un piccolo particolare” presente all’ingresso dell’anfiteatro: un arco “nascosto”, più precisamente un disegno inciso su una parte del pavimento che circonda l’edificio. È un modello che riproduce il profilo, in dimensioni reali, di un arco formato da una serie di blocchi (conci) in calcare. Sulla base delle misure e dei confronti effettuati dagli studiosi, l’arco in questione risulta essere un poco più piccolo rispetto a quelli dell’ anfiteatro.

Dato che questo edificio è stato per secoli anche una ricca miniera di materiali da riutilizzare in nuovi cantieri, è facile ipotizzare che qualche “marmoraro” possa aver realizzato l’impronta dell’arco per rimodellare i blocchi di calcare, recuperati nell’arena, da riutilizzare altrove.

 

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