La vocazione agricola del territorio del Medio Volturno è ben nota, come conosciuta è anche la grande varietà di produzioni che offre. Alcune di queste hanno ottenuto rilevanti riconoscimenti e conquistato importanti settori di mercato per la loro eccellenza, come nel caso di alcuni tipologie di vini e formaggi. Altri hanno conosciuto una sorte diversa; col tempo la produzione è diminuita o, addirittura, andata persa, lasciando solo il ricordo della loro elevata qualità. Ne è un esempio proprio il prosciutto di Rocchetta e Croce. Passeggiando tra le strade di Rocchetta e chiacchierando con alcune persone, si scopre che qui la produzione del prosciutto era una vera e propria arte locale.

La tradizione secolare

Per moltissimi anni, le famiglie del posto hanno vissuto di agricoltura e allevamento proprio grazie alle favorevoli caratteristiche del territorio, infatti Rocchetta sorge su uno sperone roccioso a circa 500 metri di altitudine, come una bellissima terrazza sulla piana campana. È un luogo ben esposto al sole e accarezzato da una brezza che arriva puntuale nel primo pomeriggio, famoso anche per i formaggi e l’olio. Per la produzione del prosciutto, negli anni, si ricercava la materia prima tra gli allevamenti di Pelatello Casertano. Successivamente, l’aumento della richiesta, sempre maggiore rispetto all’esiguo numero di capi disponibili in zona, ha spinto molte famiglie a preferire il maiale comune, che veniva allevato anche allo stato semibrado.

La denominazione

Questo prosciutto ha ottenuto dalla Regione Campania il riconoscimento di prodotto tradizionale con la denominazione “Prosciutto di Rocchetta”.

La produzione

Il procedimento di lavorazione richiedeva tempi lunghi e grande attenzione. Le famiglie selezionavano le cosce (i quarti posteriori) di maiali di almeno un anno di età per prepararli alla salatura. Ogni coscia riposava sotto sale grosso per un numero di giorni corrispondente al proprio peso in chilogrammi. Successivamente, si lasciavano asciugare in luoghi freschi e ventilati. La superficie non protetta dalla cotenna veniva ricoperta da uno strato di sugna e peperoncino, una sorta di mistura capace di tenere lontani gli insetti. La successiva pressatura permetteva alla carne di compattarsi meglio ed eliminare tutte quelle sostanze che potevano “guastare” l’interno del prosciutto. Dopo qualche giorno di attesa seguiva la stagionatura in cantina. Non mancava chi attrezzava camere idonee per effettuare anche l’affumicatura.

Il sapore e il profumo di questo prodotto sono impressi nella memoria di chi ha avuto la fortuna di gustarlo e ne parla con evidente orgoglio. Purtroppo, negli ultimi anni, la produzione di prosciutto è andata diminuendo fino a scomparire; ma ancora oggi potrebbe rappresentare uno strumento di rilancio per il territorio di Rocchetta e un’interessante opportunità per quei giovani che hanno voglia di mettersi in gioco valorizzando, con nuovo slancio, una punta dell’eccellenza locale.

Si ringrazia la signora Rosalinda Izzo per la preziosa collaborazione