I piccoli paesi dell’entroterra campano conservano storie singolari e affascinanti tradizioni, tant’è che quando sembra di averli scoperti e conosciuti bene, ecco che spunta fuori qualche altra gradita sorpresa.

Un esempio? Magari conoscete Calvi Risorta per il suo splendido castello angioino (recentemente restaurato) e per le rovine dell’antica colonia romana di Cales, come il teatro e le terme.
La città è attraversata anche da una grande “autostrada” dell’antichità, la Via Latina, la strada che collegava Roma a Capua.
Sarebbe un vero peccato però, trascorrere del tempo a Calvi e non chiedere notizie del Guanto Caleno.
La tradizione dolciaria dei borghi campani ci ha tramandato ricette ricche di fantasia e molto originali, oltre che tanto gustose… e quella del Guanto Caleno conserva il sapore e la “forma” di una storia secolare.
Ecco perché è un dolce unico nel suo genere.
Così come raccontano le signore del posto, le vere custodi di quest’arte, l’impasto del guanto deve essere lavorato fino ad ottenere una sfoglia spessa almeno mezzo centimetro che deve essere tagliata in striscioline larghe cinque, con il guantaruolo, cioè una rotella dentata.
Molte di loro possiedono un guantaruolo realizzato da artigiani locali, con legni particolari.
Dopodiché le estremità delle striscioline vengono giunte per prendere la forma di ciambelle e messe subito a friggere in olio vegetale.
Il risultato è una invitante e saporita “corona dorata”, appetitosa già solo a vederla.
Alta, leggera, soffice e fragrante, grazie alla presenza di aromi a base di limone e anice.
Una delizia per il palato; ancora più buona se ricoperta da una bella spolverata di zucchero a velo.
Ecco perché merita di essere conosciuto come sua maestà, il re dei dolci caleni, e non a caso è stato riconosciuto dalla Regione come dolce tipico e tradizionale campano.
Il procedimento appena raccontato ha una storia di almeno due secoli e nasce nella piccola frazione calena di Zuni, nel 1776.
Quell’anno la chiesa locale fu riconosciuta dal Re Ferdinando di Borbone, e si racconta che una signora del posto, per festeggiare l’evento, tagliò della pasta per dolci a forma di striscioline e ne avvolse una intorno alla propria mano, esclamando: “m’ par propriu nu uantu” (mi sembra proprio un guanto).
In quel preciso istante nacque il “Guanto Caleno”.
Questo dolce non si trova in pasticceria, né al supermercato. Si usa infatti farlo in casa per qualche particolare occasione. Quindi, vi indichiamo la ricetta tradizionale, che potete provare a fare a
casa “alla calena”, con pochi e semplici ingredienti.

INGREDIENTI

2,5 kg di farina, 25 uova,
250 gr di zucchero, 1
cucchiaio raso di sale,
1 bicchiere d’olio d’oliva,
3 limoni spremuti e
grattugiati, 4 buste di lievito,
3 buste di vanillina,
250 ml di latte, 1 bicchierino
di anice o vermut.

ATTREZZATURA PER LA PREPARAZIONE

Mattarello
Uantaruolu (NOME CALENO) – tavolo in legno per impasto
Mazzarell (NOME CALENO) – stecche di legno
Rattaròla (NOME CALENO) – grattugia
Stacciu (NOME CALENO) – setaccio

 

PREPARAZIONE

In una casseruola mescolare uova, zucchero, olio, anice o vermut, vanillina e limone grattugiato.
Aggiungere il lievito nel latte, miscelare bene e unire all’impasto. Aggiungere la farina fino a ottenere un impasto morbido.
Lasciare lievitare per circa 80 minuti. Stendere la pasta con il matterello ricavandone una sfoglia alta mezzo centimetro.
Con il guantaruolo tagliare la pasta a forma di listarelle lunghe 20 cm e larghe 5. Piegare le listarelle a forma di corona (la tradizione vuole che si avvolgano intorno al polso) chiudendole
con le dita.
Calarle una alla volta nell’olio bollente e con le mazzarelle girarle su se stesse fino a ottenere una cottura omogenea.
Appena i Guanti sono dorati, tirarli fuori dall’olio e passarli prima nello zucchero semolato e poi nello zucchero a velo.
Provate a mangiarle ancora calde, o fredde con un po’ di marmellata o crema di nocciola spalmata sopra.
Sono ottime anche “vecchie” di qualche giorno, riscaldate appena appena al microonde.
L’assaggio, statene certi, metterà d’accordo tutti i palati.
Ringraziamo la gentilissima Signora Maria Marrese per la ricetta.