Si trova al centro di una grande pianura compresa tra il fiume Garigliano e il Massiccio Trebulano. A una veloce occhiata, sembra un semplice rilievo montuoso circondato da campagne, borghi e boschi; in realtà è un enorme gigante che dorme da più di 50mila anni e, dicono gli esperti, mai più si risveglierà.
Nonostante il suo sonno, continua ad alimentare generosamente la vita di piante, animali e uomini.

Stiamo ovviamente parlando del vulcano di Roccamonfina, che se potesse parlare avrebbe molto da raccontare e ci rivelerebbe quanto è ricco e affascinante questo lembo della provincia di Caserta, la cui storia geologica si intreccia con quella di altre regioni che si affacciano sul Mar Tirreno, dalla Toscana alla Campania.
L’attività vulcanica lungo la costa ha avuto inizio circa 7 milioni di anni fa, quando il Tirreno ha cominciato ad aprirsi verso est.
La parte superficiale della crosta terrestre ha subito quindi uno stiramento, cioè ha ridotto il suo spessore, assottigliandosi, e il materiale fuso sottostante è salito in superficie dando vita a vulcani come quello di Roccamonfina, il più antico della Campania.
Nel corso della sua vita, il Gigante di Roccamonfina ha vissuto tre grandi epoche eruttive, intervallate da lunghi periodi di riposo.
Durante la prima fase di attività, siamo tra i 600 e i 400mila anni fa circa, è nato un giovane “strato vulcano”, cioè un vulcano a forma di cono formatosi grazie alla sovrapposizione di strati di lava alternati a depositi piroclastici. In questo periodo la sua altezza doveva sfiorare i 1.800 metri.

Curiosità

Oggi il vulcano fa parte del Parco regionale di Roccamonfina-Foce Garigliano ed è esteso per ben 11mila ettari.
È il più meridionale del gruppo dei vulcani laziali; viene considerato estinto e la sua attività eruttiva è datata tra 630mila e 50mila anni fa.
Il cono vulcanico ha un diametro di oltre 6 chilometri e l’attuale edificio ha un’altezza di 1.006 metri.
Questi numeri ne fanno un vulcano di dimensioni ragguardevoli, maggiori di quelle del Vesuvio.
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Carattere vulcanico

Questa rapida crescita ha reso le pareti del vulcano molto instabili e, come si può notare ancora oggi, il Gigante ha perso del tutto il suo versante orientale.
I geologi ipotizzano che il collasso sia avvenuto anche a causa dello spostamento della nostra penisola che si muoveva, in quel periodo, velocemente verso est.
Tutti questi fenomeni hanno trasformato il suo “carattere”.
Le eruzioni sono diventate sempre più violente ed esplosive, conosciute anche come di tipo “pliniano”, perché del tutto simili all’eruzione che distrusse Ercolano e Pompei nel 79 d.C. tra le vittime di questa eruzione troviamo il famoso ammiraglio e naturalista romano Plinio il Vecchio.
Circa 385mila anni fa il vulcano ha ripreso la sua attività. In questo periodo si sono formati depositi di materiale incandescente che si è consolidato nel tempo.
Il tufo bruno e bianco è stato il prodotto di questa intensa e violenta fase, che ci ha lasciato una delle più importanti e antiche testimonianze di presenze di ominidi nel sito paleontologico di Tora e Piccilli .
Dopo qualche millennio di quiete, ha avuto inizio l’ultimo periodo di vita del nostro gigante, che si è protratto fino a quasi 50mila anni fa con modeste eruzioni che hanno dato vita ai “domi”.
Si tratta di piccole colline che si formano quando la lava, essendo molto densa, tende ad accumularsi e solidificandosi permette la formazione di piccoli rilievi, come quelli di Santa Croce e di Lattani.

Terra vulcanica, terra fertile

La dinamica attività del vulcano di Roccamonfina è stata vitale per il territorio, perché ha reso il terreno molto fertile e ha creato l’habitat adatto per il proliferare di castagneti, uliveti e rigogliosi vigneti.
Col suo eterno sonno, il gigante buono ci ha fatto un ultimo grande e prezioso regalo. In tutto il territorio compreso tra Suio e Riardo, troviamo numerose sorgenti d’acqua mineralizzata e termale, altamente benefiche non solo per il corpo ma anche per lo spirito, con effetti prolungati nel tempo.